Il fascino del sexy caporale criminale
set20
Salvatore Parolisi. Questo nome riecheggia nei telegiornali italiani (da Rai Uno a Sky TG 24 nessuno escluso) da mesi, come unico indagato per l’omicidio, cruento e brutale, della moglie di questi Melania Rea. E su questo fatto, siamo tutti abbastanza ferrati da aver raggiunto una fisiologica nausea in merito.
Vorrei però, in questo intervento, spostare l’occhio su di un aspetto complementare della vicenda: il (presunto) fascino del Parolisi. Un uomo di mezza età, dal fisico asciutto e muscoloso tipico di un militare, con un incedere tra la marcia e il claudicante geriatrico, capello corto, occhiali da sole a metà tra il buttafuori e Ray Charles, che suscita un’0ndata di lettere a sfondo erotico recapitate nelle sedi carcerarie nei quali questo volgare essere è stato rinchiuso.
L’amore, l’interesse e il piacere suscitati dal criminale non sono cosa insolita, anzi. Tutti i fuorilegge hanno suscitato, nel corso della storia, un particolare senso di bellezza, così come descrive Britney Spears nel recente singolo Criminal (‘Cause mama I’m in love with a criminal…), ma è questo piacere impulsivo nei confronti del marito della povera Melania che ci fa capire come la società moderna sia deviata e malata.
Una società che ha perso i valori tradizionali della Patria e della famiglia (e non è un revanscismo del Ventennio, ma una constatazione di fatto), un popolo la cui più grande aspirazione è servire come valletto/a nei festini erotici di ricchi imprenditori impegnati in incarichi costituzionali (Immanuel Casto lo descrive con grande sagacia nella sua “Escort 25“), e dove le giovani ragazze (con le doverose eccezioni) pensano che sia effettivamente più redditizia la prostituzione con anziani facoltosi piuttosto che una laurea in Giurisprudenza.
Siamo ciò che Dante Alighieri scriveva sette secoli fa, “Non donna di provincia ma bordello”? Presumibilmente sì. E la colpa è di tutti noi: noi che guardiamo ostinatamente la televisione in cerca dell’amplificazione dei sentimenti esasperati sino all’inverosimile, che pretendiamo di essere sempre connessi per impicciarci furtivamente degli affari di amici, conoscenti e/o perfetti sconosciuti, che non ci ribelliamo a questa mercificazione dell’essere umano.
L’ascetismo tibetano sarebbe d’aiuto se non fossimo sessanta milioni di persone. Ma avendo questo surplus demografico, forse, una rivoluzione collettiva servirebbe a qualcosa. E magari potrebbero organizzarla i militari, ma Parolisi escluso.
